18 agosto 2009

Chi è Dio?

Chi è Dio?

Chi è Dio?

Spesse volte ci si pone questa domanda, ma non si dà una risposta compiuta. Tutti sanno, o deducono, che Dio è un essere superiore, (presumibilmente) buono, che ha creato tutte le cose e che ogni tanto — preferibilmente sotto nostra sollecitazione — interviene in bene nelle nostre vite; e alcune volte ci auguriamo (dobbiamo ammetterlo, cadiamo spesso in questa tentazione) che possa far andare male le vite altrui. È davvero così? È lecito fare un’attenta valutazione, perché l’argomento non è da poco: la presenza di un Dio nelle nostre vite, la consapevolezza che egli può interagire con esse, cambia non di poco il nostro modo di vivere. In realtà il nostro modo di vivere spesso si concretizza in questa frase: “credo in Dio ma vivo da ateo”. Infatti noi crediamo che un Dio ci sia, ma se ne sta per i fatti suoi e a noi va bene così; non ci sentiamo troppo responsabilizzati verso di lui, ma non ci chiediamo nemmeno fino a che punto questo essere possa volere la nostra amicizia.

Devo ammettere che a me la venuta di Gesù ha fatto pensare molto: anche in questo caso noi tendiamo a dimenticare che Dio è venuto in mezzo a noi, incarnandosi in corpo umano pur non perdendo nemmeno una stilla della sua divinità. Perché lo ha fatto? Quali scopi per il futuro? Sicuramente voleva esserci vicino, essere il Dio-con-noi, voleva elevarci a una dignità di figli, voleva avvicinarsi alle menti più materialistiche che non sapevano credere senza vedere. E poi? Poi voleva farci da maestro. Quanti maestri ci sono? Lui, l’unico insostituibile, maestro di vita eterna. Non è stato maestro solo 2000 anni fa: continua a esserlo anche adesso per i suoi discepoli, continua a parlare, a insegnare, a rimproverare, a perdonare. Lo fa come allora.

Mi potrete obiettare: “sì, ma io non lo vedo fisicamente, non mi parla materialmente”. È vero, ma lui ha iniziato un’opera, ha dato un input, ha invitato a una riflessione. Alla samaritana ha detto: “Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori” (Gv 4, 23). In verità tutto il suo insegnamento — la fede di allora come anche di ora — si era ridotto a qualche orazione e a molti precetti; Dio ha sentito il bisogno di scendere in terra a ricordarci che così non lo si incontra. Mi sono sempre chiesto cosa volesse dire “spirito e verità”: lo spirito (e non solo le labbra), il cuore e i suoi slanci, il sentire Dio vicino, il sapere Dio vicino, nella preghiera ma in ogni momento della vita: è quello che fa incontrare Dio. Ma anche la verità, perché non ci si può nascondere da Dio. Egli pone un esempio:

Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato. (Lc 18, 10-14)

Il primo, pur pregando in spirito (si suppone), non pregava in verità; il secondo sì. È necessario essere consapevoli di se stessi per potersi rapportare a Dio: inutile citare a Dio tutte le opere più o meno buone che pensiamo di aver fatto, perché non è questo quel che Dio cerca. Dio cerca le miserie, così da poterle distruggere. Non si può andare dal medico senza dire tutti i sintomi della propria malattia; non si può andare a Dio senza mettersi davanti a lui totalmente. A questi adoratori Dio si mostra — sì, lo fa — a loro parla, e non vedo perché non debba farlo. Dio ama i suoi figli, e ogni padre parla ai figli, ogni maestro lo fa.

Sarebbe assurdo pensare che tutto quel che ha fatto Gesù possa rimanere chiuso nell’ambito dei suoi 33 anni, o sopravvissuto solo tramite i libri: significherebbe metterlo allo stesso piano di tanti maestri che, anch’essi morti, sono però sopravvissuti tramite libri o discepoli — Socrate, Buddha, Archimede, Confucio, Gandhi… e il mondo ne è pieno. Ma Gesù è il risorto, è il vivente (come dice l’Apocalisse): ciò vuol dire che ciò che faceva lo continua a fare, perché lui non “era” ma “è”. Se non si è consapevoli di questo, difficilmente lo si incontra.

Gesù esige da noi una sequela da veri discepoli, a imitazione del maestro. I discepoli carnali, come Giuda, sono durati poco, sinché cioè non sono state deluse le aspettative della carne; quelli che sono durati hanno incontrato Gesù non solo materialmente, ma in spirito e verità — pensate per esempio a san Paolo, o a san Giovanni. Ed è proprio su questo livello spirituale che Dio vuol porsi: se così non fosse, i primi discepoli (i dodici) sarebbero stati certamente favoriti, perché hanno udito le sue parole, guardato i suoi gesti, toccato le sue mani, baciato le sue gote. Dio invece vuole mettere i suoi figli tutti allo stesso livello, il livello della sua regalità, nei cuori. Del resto, come abbiamo già detto, anche i discepoli che lo hanno conosciuto ma non hanno raggiunto questo livello spirituale non sono stati in grado di continuare la sequela, e i risultati, come nel caso di Giuda, sono stati miseri.

Gesù ci chiede di essere discepoli perfetti, e sa bene che non è semplice seguire la sua dottrina, non solo a parole ma anche col cuore; conosce i nostri affanni e le nostre cadute, e vuole che le superiamo per andare avanti, senza domandarci “perché…”. Il buon ladrone, dopo una vita di peccato, non ha avuto dubbi. È difficile avere una fede così forte: lui l’ha avuta. Un uomo che moriva con lui in croce gli ha detto “sarai con me in paradiso”, lui ci ha creduto, e ci è andato: il premio di un’umiltà che spinge a chiedere perdono a un uomo in croce. Perché lo ha fatto? Ha incontrato Gesù in spirito e verità, ha visto oltre, insomma.

Rialzarsi dopo una caduta è faticoso, richiede tanta forza, umiltà, sapersi perdonare, saper chiedere perdono e infine morire a se stessi per non commettere lo stesso errore. A questa elevazione di spirito Gesù ci chiama: non è facile, ma nemmeno impossibile. Pensate alle grandi conversioni e alle grandi cadute di cui è costellato il cristianesimo: persone che sono andate oltre alle loro miserie credendo nel loro maestro, che continua a parlare costantemente, non solo spiritualmente ma “materialmente”, a ognuno di noi, a chi lo cerca in spirito e verità — pensate a Pietro, Paolo, Francesco d’Assisi, Agostino d’Ippona…

Andare oltre, seguire Gesù in spirito e verità. Se ci si converte e poi si prosegue nella stessa vita, senza nemmeno un piccolo segno di mutazione di volontà o di miglioramento, significa avere solo l’illusione della conversione; e qualsiasi voce di Gesù che si possa sentire nel cuore è sempre, come minimo, macchiata da noi stessi o inventata dai nostri egoismi. Chiediamoci sempre, come prova non solo per gli altri: “Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?” (Mt 7, 16). Pensiamo, prima ancora che per gli altri, per noi stessi: “noi che frutti stiamo dando?”. Che differenza c’è in noi con questa nuova vicinanza di Cristo? Aiutiamoci nella preghiera a chiedere a Dio di farci vedere i nostri animi così come li vede lui: solo dopo una risposta data in spirito e verità possiamo capire se viviamo un periodo di allontanamento, o se siamo proprio lontani, oppure se effettivamente siamo vicini a Dio.

Ricordiamoci di avere un maestro che è il nostro Dio, ma anche il nostro fratello; ricordiamoci del suo amore e della sua misericordia, ma anche della sua intolleranza a ogni tipo di compromesso con la sua legge. Egli è giusto, e ha parlato chiaro. Ricordiamoci che egli ancora ci parla, e lo fa spesso gridando, ma solo a coloro che lo vogliono incontrare con gli slanci veri dell’anima e in verità (senza le false luci del nostro ego), perché — come dice Gesù — il Padre vuole questi adoratori. Chiudo questo post con la celeberrima frase dell’Apocalisse, chiedendo a Dio la grazia di essere sempre caldissimi e veri discepoli del maestro, e non finti seguaci:

(Ap 3, 15-22) Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: «Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla», ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità, e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista. Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti. Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.

Dio vi benedica e vi ricolmi di pace il cuore!

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