12 gennaio 2012

Cosa vuol dire essere cristiani? (Il valore del sorriso e la subdola falsità)

A volte ci troviamo a pensare che il mondo sia irrecuperabile, ateo, anticonformista, senza pudore, senza Dio e senza religione; a volte, davanti al nostro compito di annunciatori della buona novella, ci troviamo spiazzati e demoralizzati. Ci capita di fare da testimoni solo nei “nostri ambienti”, e raramente di dare testimonianza fuori, al lavoro, tra gli amici, nelle feste… E quelle rare volte che ci “avventuriamo” a dare la nostra testimonianza al mondo, basta un piccolo “sberleffo” per farci desistere e tornare con la coda tra le gambe.

Eppure il cristianesimo si è diffuso in un periodo in cui la maggior parte del mondo era pagano, in una situazione almeno umanamente di totale fallimento (il suo fondatore è morto ucciso, e tutti i seguaci hanno fatto la stessa fine). Come ha fatto il cristianesimo a diffondersi così rapidamente fino a diventare una religione quasi mondiale? E perché adesso che è diffusa in tutto il mondo sembra una religione per “poveretti”?

La risposta a questo quesito sta nel significato della parola “vangelo”, che, come ci hanno insegnato al catechismo da piccoli, significa “buona notizia”. I primi cristiani del tempo erano convinti di star annunciando una buona notizia, e l’annunciavano così come si annunciano tutte le buone notizie: con gioia, con amore. Si sa che la gioia e l’amore sono contagiosi e lo rimangono nonostante ogni contrarietà (per esempio l’amore di un genitore verso i figli rimane nonostante i figli possano prendere vie non accettate dai genitori).

Lo stesso Gesù non era certamente triste nel dare l’annuncio: sicuramente era un uomo gioioso e portava la gioia a chi incontrava. Egli stesso ci ha raccomandato che, se non fossimo stati come bambini, non saremmo entrati nel regno dei cieli. Qualcuno di voi ha mai incontrato un bambino non entusiasta di ciò che fa? Un bambino triste? Un bambino perennemente col volto penitente e crucciato? Io penso proprio di no, e infatti non a caso la gioia dei bambini è contagiosa in ogni casa! Gli stessi santi, non dico quelli che non conosciamo perché lontani nel tempo, ma quelli vicini a noi, sono stati così allegri, solari, gioiosi: volete un nome tra tutti? Giovanni Paolo II. Ne volete altri? Madre Teresa di Calcutta (un sorriso bellissimo), Padre Pio da Pietrelcina.

Essere gioiosi non significa affatto essere incoscienti: Gesù ci informa che esiste un momento per fare penitenza, un momento per pregare, un momento per meditare, un momento per festeggiare! Noi cristiani, invece, abbiamo preso la pessima abitudine di avere il volto perennemente crucciato e triste, sempre eternamente penitenti (lo fossimo davvero, poi…); forse è una cattiva e ipocrita abitudine di chi vuol mostrarsi, o forse una discendenza dovuta all’impetuosità della Chiesa medievale, non so, però abbiamo perso l’elemento fondamentale dell’annuncio di una buona notizia, cioè il sorriso.

Non siamo convinti nemmeno noi della bellezza della notizia che portiamo, così come non siamo convinti nemmeno noi che là dentro il tabernacolo ci sta Dio, il Dio che tutti cercano, invocano, lodano o bestemmiano; non siamo convinti nemmeno noi che nel raccoglimento possiamo parlare con Dio, e non solo simbolicamente… che egli è VIVO, che respira, che è risorto, che è presente FISICAMENTE vicino a ognuno di noi, che ha detto “ecco, io sono con voi ogni giorno, fino alla fine del mondo”.

I primi cristiani, invece, ne erano convinti, e si facevano ammazzare per questo, perché si sa che, se una cosa è vera, ci facciamo ammazzare per difenderla. I primi cristiani non facevano differenza tra dentro la chiesa e fuori la chiesa, non facevano differenza tra quando stavano pregando o quando stavano ballando: insomma, sapevano che il cielo e la terra non sono due cose distinte e separate, ma due creazioni del medesimo autore.

Sempre più spesso ci troviamo a essere buoni cristiani, desiderosi della “messa cantata” dentro l’ambiente cristiano, e totalmente opposti fuori (chiacchieroni, pettegoli, tendenti alla volgarità). Non diamo alcuna testimonianza della presenza di Cristo nelle nostre vite, perché di fatto non è presente, e se non è presente, chi o cosa dovrebbero seguire gli altri? La nostra ipocrisia? I nostri vizi? La nostra autocommiserazione? Se il riflesso di Dio su questa terra dovremmo essere noi, e noi siamo falsi, fannulloni, chiacchieroni, che idea si dovrebbero fare i pagani di questo Dio?

Ci troviamo a criticare la chiesa, i sacerdoti, il papa, e non muoviamo un solo dito per migliorare le cose: siamo troppo impegnati per farlo, troppo intenti a giudicare chi non va a messa, chi non è come noi, chi è peccatore; stiamo sempre con le pietre pronte in mano e non esitiamo a lanciarle, a lapidare chi non la pensa come noi, a metterlo al rogo e accusarlo di essere il demonio, o accusare questo o quel sacerdote che non ci piace, mentre, con la faccia impietosita, ci dimentichiamo di quel Dio che ha detto “misericordia voglio, non sacrificio”. Noi non diamo a Dio né l’una né l’altro, ma solo la nostra arroganza e presunzione: entreremo per ultimi nel regno dei cieli, e dovremmo ringraziare la misericordia del buon Dio se ci accoglierà.

Ho scritto questo articolo tutto d’un fiato, sapendo di potermi accusare di tutto quanto ho scritto. Sono giunto al termine e vi pongo e mi pongo questa domanda: cosa vuol dire essere cristiani? È uno stato sociale? È uno stato civile? È una categoria non meno indefinita in ambito religioso? È solo un modo per dire che crediamo in qualche Dio inteso come essere superiore al quale scaricare tutte le colpe? O un metro di misura col quale misurare arbitrariamente i nostri mali? Cosa vuol dire essere cristiani?

Vi lascio con questa domanda, in attesa delle risposte…

Riflessioni