18 febbraio 2013
Cronaca di una giornata al Pronto Soccorso
Siamo in periodo di elezioni e si sa che i politici in questo momento stanno proponendo di tutto e il contrario di tutto pur di avere un voto in più: c’è chi vuole catturare il fronte dei tartassati promettendo la restituzione dell’IMU, c’è chi vuole catturare il fronte omosessuale promettendo più diritti per loro, c’è chi dà lavoro e chi sta promettendo pure le loro madri pur di avere un voto in più.
Naturalmente sono tutti problemi reali, che però sono di contorno a quelli veri, come la mala sanità, che sta uccidendo la gente e nessuno se ne accorge. Ho parlato di come una donna incinta debba pagarsi tutti gli esami, di come le famiglie non siano aiutate, di come per un esame prenotato in ospedale passino mesi e mesi.
Oggi parliamo di un girone infernale chiamato Pronto Soccorso, che purtroppo ho dovuto frequentare per due domeniche consecutive perché prima un figlio e poi l’altro hanno avuto problemi digestivi con la nuova influenza, tali da obbligarmi ad andarci, anche se con esperienze che vanno nell’assurdo.
Questa domenica vado al Pronto Soccorso intorno alle 10:00, entro alle 13:00, fanno un prelievo del sangue al bambino di cui fino alle 19:00 ancora non arrivano i referti. Il bambino nel frattempo sta meglio col dolore di pancia, ma sta male per il fatto di essere quasi a digiuno (se non fosse per qualche fetta biscottata portata d’appresso) e per la confusione nella sala.
Faccio vari solleciti all’infermiera, che mi sa dire anche “se vengono in ospedale il problema non è il mangiare”. Le rispondo “lo è se stanno 10 ore buttati qui”. Non posso dare il cibo delle macchinette, non posso portarlo a casa, non posso nemmeno portargli un panino se non so cosa ha o se deve fare altre analisi. Il bambino si dovrebbe visitare e analizzare il problema, poi elaborare una cura o decidere per un ricovero o per le dimissioni: non si può stare condannati un giorno per queste cose.
Alla continua sofferenza del bambino chiedo al vigilante se potevo almeno portarlo a casa per mangiare; sono informato che mancano le infermiere (tutte in emergenza), e lui va a informarsi: la risposta è stata “può andarsene quando vuole”.
Vado a casa giusto il tempo di mangiare (erano circa le 19:30), ritorno poco dopo per scoprire che la mia pratica è stata annullata: niente referto, niente pratica. Devono avermi chiamato in mia assenza e, data la non risposta, hanno cancellato tutto; erano le 20:30 circa.
Questo trattamento lo ha avuto mio figlio, che in confronto ad altri stava bene, così come altri bambini che invece stavano molto male: ricoveri trasferiti a Messina, e ore di attesa anche solo per registrarsi. È il caso di una madre il cui bambino di 23 giorni faceva fatica a respirare: le infermiere lo toccano e dicono “vabbè, ma reagisce”, e lo fanno entrare solo dopo le grida della mamma, quando stava diventando violaceo… È il caso di un altro bimbo, in attesa da un’ora e mezza per la registrazione, che è diventato bianco bianco, sembrava un fantasma, e sebbene non desse più retta a stimoli esterni le infermiere non volevano farlo entrare. Ed è il caso di tutti quelli che, mentre le infermiere non c’erano ed erano in “emergenza”, attendevano il loro ritorno per registrarsi, e poi sedersi e aspettare la fila… la visita… gli esami… ecc…
Perché non si parla di questo in queste elezioni? Vogliamo essere una società che guarda al futuro perché vediamo con occhio benevolo tematiche delicate come la globalizzazione e l’unione di coppie omosessuali, e poi siamo terzo mondo nella sanità e nelle cure? A me sembra un paradosso, non trovate?
A conclusione dell’infernale giornata di ieri mi rimane questo articolo, con la speranza che qualcuno che conta possa leggerlo e passarsi la mano sulla coscienza.
Pax et Bonum.