27 luglio 2010
Il percorso del ritorno
È difficile pensare a una rinascita dopo un tempo di silenzio: quando ti abitui a non parlare, a non pensare e a non credere, è difficile tornare. È difficile riscrivere su questa pagina dopo un periodo di abbandono, di riflessione, di indecisione. Molti di voi che leggevate adesso non leggerete più; alcuni si sentiranno stupiti da questo post.
Per molto tempo ho deciso di lasciare questo blog, perché non riuscivo a trasmettere quello che in questo blog è giusto che si trovi: Dio. Sento la responsabilità forte di essere una delle tante bocche di Gesù; anzi, ho sempre amato dire che, quando scrivo su questo blog, io “gli presto la mia tastiera”. Non volevo riempirvi la testa di chiacchiere e di dubbi.
Adesso mi sento di scrivere, non so perché. Sono ancora nel mezzo del mio percorso di ritorno verso il buon Padre, sono stato a dividere il cibo coi porci, e ancora sento di essere un “servo”, non un figlio; ho dentro di me il timore del giudizio del “fratello maggiore”. Ma sto tornando: ogni tanto mi fermo, mi siedo, e a volte torno anche indietro, ma poi vado avanti.
Sento il bisogno di scrivere, il bisogno che tutti noi abbiamo di Dio: per colmare il nostro vuoto, per sanare le nostre ferite, per riscaldare il nostro cuore, per lenire le indifferenze altrui. Per troppo, troppo tempo mi sono fidato dell’uomo (anche di Dio) e poco mi sono affidato a Dio; e quando l’uomo mi ha deluso, ho dato a Dio la colpa; quando io ho sbagliato, ho dato a lui la colpa.
Quando si ha un dolore forte, ci si sente puniti. Non sempre si riesce a vedere la croce come un dono (quella è una grazia); se ci si sente puniti si diventa aggressivi, si vuole colpire tutti coloro che reputiamo “non puniti ma peggiori”, tutti i “perbenisti” e quelli che non capiscono il tuo dolore, che sembrano fregarsene, che lo trattano “sminuendolo”. E allora lì si è capaci di rompere le gambe a tutti, tiri fuori una lingua affilata come una spada, tagli le viscere della gente come fossero burro, sperando di provocare più dolore possibile, credendo che in questo dolore si possa trovare soddisfazione.
Non penso di essere guarito, sarei un menzognero. C’è stata gente che mi ha aiutato a riflettere, per prima mia moglie Giusy, e un’amica, Sabrina; e già riflettere, in un momento in cui ogni pietruzza sembra una trave e in cui l’orgoglio acceca la vista del cuore, è già un dono.
Chissà se riuscirò a tornare a scrivere su questo blog come una volta, quando avevo un bellissimo rapporto con Dio, quando sentivo veramente la sua “voce” dettare le mie parole. Chissà se riuscirò a parlare ancora di misericordia e amore, sentendo il calore del cuore. Ma già questo è un passo avanti; e sapere che voi che leggerete farete anche un’Ave Maria per me, questo mi consola.
Ho sempre creduto che la Madonna ci ami; e anche in un momento in cui non l’ho più invocata né cercata, non ho mai smesso di credere che lei sia ancora la madre che ci osserva fiduciosa, ci aspetta e agisce con dolci ispirazioni.
Forse un giorno riuscirò a non giudicare, a non avercela con la falsità, specie di chi si mette sopra un piedistallo (l’ho fatto anch’io). Forse riuscirò a scrivere tutto serenamente. Intanto scrivo: scrivo per confessare a Dio e a voi, fratelli, il mio molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni; scrivo per chiedervi una preghiera di perdono, di conversione; e scrivo per riprendere un dialogo ormai perso nel tempo, per superare il mio orgoglio. Scrivo per dirvi grazie, a voi e a Dio, per leggere pazientemente le mie farneticazioni e per aiutarmi a capire che non è uno che aiuta l’altro o viceversa, ma che si è sempre in due ad aiutarsi a vicenda.
Chiudo con una poesia di Louis Evely, si chiama Stanchezza: è un po’ quello che sento in questo momento, e la preghiera che faccio a Dio.
Grazie, e che il Signore vi accompagni!
Vedi, Signore, come sono stanco, schiacciato dal mio lavoro, indurito dall’abitudine! Che cosa mi curva così, con il naso incollato alle cose da non vederle neanche più? Mi sento stanco e sterile. Sono preso dal meccanismo rigido del mio lavoro, delle mie preoccupazioni, dei miei obblighi. Porto il peso di questo incarico come un fardello troppo pesante! Nessuna sosta gratuita, nessuna fantasia, non più ispirazione, non più dinamismo… Del lavoro da stupido! È troppo, TROPPO! Aspiro a fermarmi, voglio ritrovare un riposo tutto semplice, il gusto e la gioia della vita ordinaria. Voglio contemplare i lillà in fiore. Voglio gustare il rosa dei mandorli. Voglio riscaldarmi dolcemente al sole e incantarmi con la sua luce. Voglio inabissarmi nel silenzio per ritrovare il mio essere e lasciar rifiorire la mia anima. Voglio ridiventare me stesso per lasciar respirare tutte le province del mio essere. Voglio di nuovo dissetarmi alla Tua sorgente, voglio ridiventare sorgente. Ah, Signore, aiutami! Voglio cambiare, cambierò!