16 aprile 2013
Lettera a Gesù
Caro Gesù,
chi ti parla è un figliolo che tu conosci bene, che spesso si serve di questo sito per mandare dei messaggi che pensa possano venire da te, e spesso per mandare messaggi rivolti a te, perché scrivere gli è sempre piaciuto, perché è il modo migliore per comunicare, affidando le parole al soffio del vento che da sempre gli ha ricordato te.
Ti scrive una persona che, alla soglia dei trent’anni, si guarda indietro trovando seminati nel percorso della vita molti tuoi doni e tantissimi rimpianti, notando il bene e anche il male compiuto nella vita, guardando un passato che si ricorda sempre positivamente perché acquisisce i contorni di una foto vintage, e vede un futuro buio, sempre più buio.
Tra guerre e rumori di guerre, malattie, morti e lutti, viaggia freneticamente lungo il percorso della vita, incontrando molta gente che ama e non ama, molta gente che porta qualcosa nella vita: che sia l’amore o l’odio, che sia la gioia o la perseveranza, o semplicemente un’esperienza.
Sono un padre, Gesù, che come tanti padri non riesce nemmeno a sopportare l’idea che possa succedere qualcosa di male ai propri figli o alla propria moglie; un padre che probabilmente ha fatto molti errori, ma che non ha mai smesso di amare le persone che ogni giorno lottano al proprio fianco, come un piccolo esercito, nonostante le difficoltà della vita.
Sono un uomo, Gesù; un uomo fragile, spesso spaventato, un uomo impulsivo che dal proprio carattere ha tratto più male che bene, un uomo che spesso si sente inadatto ai pensieri della gente, che spesso si sente fuori luogo, un uomo che va spesso appresso ai propri sogni, illudendosi e deludendosi in un’infinita danza di emozioni tristi e allegre che rendono il suo cuore ballerino.
Ricordo i tempi, Signore, quando, leggendo, mi nutrivo di te, arricchendo la mia anima con la semplicità di un bambino; credevo in tutti coloro che ti annunziavano e pensavo che nessuno di loro potesse fare del male, davo la mano a tutti come un bambino perché tutti, per me, erano degni di fiducia, rendendomi conto invece che il male, come l’ho fatto io, lo hanno fatto pure gli altri.
La gente che ti annuncia spesso non crede alle tue parole, non sa liberarsi dalle catene umane, non insegue la verità; mentre è la verità che dona libertà, ed è la libertà che dona felicità.
Noi cristiani spesso non siamo liberi: siamo gente schiava di mille precetti e pregiudizi, e dimostriamo di non aver capito un tubo di ciò che insegnavi tu, che eri inclusivo e non esclusivo; e ci comportiamo come i farisei, o peggio ancora.
Il corpo sarà sempre il nostro maggior legame; raggiungeremo la verità, quindi la libertà e la felicità, solo quando non ci sarà più. In fondo il paradiso è solo questo: raggiungere la felicità attraverso la verità e la libertà, perché, incontrando te, non siamo più schiavi di dolori, paure, timori, affetti, ambizioni.
Ora, Gesù, quest’uomo che ogni giorno è a contatto con molta gente — alcuni reali, altri virtuali — che ascolta le loro parole e crede nei loro gesti, che si affeziona e che vorrebbe essere amico di tutti, ma alla fine non lo è di nessuno; quest’uomo che in questo periodo si fa molte domande e che anela a delle risposte, si rivolge a te, in ricordo dei vecchi tempi, dei vecchi amori, delle vecchie emozioni.
Chissà quando troverò la mia libertà e il mio riposo.
Caro Gesù, oggi va così.
Benedici tutti coloro che porto nel cuore, tutti quelli che leggeranno con affetto.
Gaetano.