2 giugno 2009
Meditazione: sfogo di un'anima purgante
“Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16)
Passiamo un’intera vita immersi in situazioni felici o spiacevoli, in successi o dolori, senza conoscere o forse senza dare mai tanta importanza a questa breve affermazione, che da sola è il riassunto più efficace del Vangelo. Spesso si pensa poco a Dio, o forse in maniera sbagliata, trovandosi in strade sbagliate dalle quali abbiamo un’estrema difficoltà a uscire.
Nel web leggiamo svariate storie, molte delle quali ci lasciano perplessi e basiti, altre un po’ increduli; raramente però ce ne ricordiamo oltre i cinque minuti successivi alla loro lettura.
Forse è accaduto spesso così anche nel Vangelo, quando abbiamo incontrato Gesù, quest’uomo che gridava alle folle conversione e penitenza, non in virtù della giustizia (che pure esiste ed è temibile), ma in virtù di un sacro amore, giusto e doveroso nei confronti del Creatore.
Abbiamo forse citato varie volte la parabola del figliol prodigo (o del padre misericordioso) come esempio del Dio che “perdona sempre”, o quella della donna che rischiava la lapidazione e che viene salvata in virtù della celeberrima frase “chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra”: non un’assoluzione del peccato per tutti, anzi una condanna del giudizio o del “pregiudizio”, visto che i peccati addosso li hanno tutti, forse anche peggiori di quella donna.
Forse proprio con quella donna… forse è proprio da questo che parte la meditazione che sto per inserire. Il tema è un’anima che dà una svolta alla sua vita, si trova in purgatorio e ne fa la sua riflessione, la sua meditazione, spingendo chi legge a farne una propria.
Non chiedetevi se è vera o no, o chi potrebbe essere costei: sono inutili curiosità. In fondo tutti, ma proprio tutti, ci troveremo davanti a Dio; in fondo tutti, ma proprio tutti, potremmo trovarci al punto di fare una simile meditazione, con amarezza. E allora, se ciò può essere fatto nel tempo della misericordia, e se può essere costruttivo, ben venga; e se qualcuno potrà rifletterci (me compreso), Dio sia lodato. Buona lettura.
"Da giovani si può tutto, i giovani possono tutto: hanno in sé il pieno delle forze, il vantaggio dell’età, la morte sembra così lontana, e si è pronti a digrignare tra i denti un’offesa contro tutti, pur di stabilire la propria identità. Si è convinti davvero di poter lasciare il segno, e tale segno lo si vuole lasciare in un modo o nell’altro.
Ma io non ero una fanatica, anzi: ero una persona tranquilla, onesta, con i miei sani principi. Forse proprio per questo i miei hanno subito pensato che fossi entrata in maniera diretta in paradiso (chi non lo pensa di un giovane?).
Credevo in Dio anche in vita. Mia nonna mi aveva insegnato delle pie pratiche, che con l’andare del tempo vennero dimenticate; ricordo che recitavamo insieme il rosario e facevamo le preghiere. Abitudine che finì durante le mie prime uscite la sera: sapete? Si torna stanchi, ci si accontenta di un padre nostro, poi man mano non si fa nemmeno quello, finché si finisce col dire “io credo in Dio, ma lui si fa la sua vita e io la mia, così siamo tranquilli tutti”.
Portavo un crocifisso sempre al collo, me lo aveva regalato il sacerdote per la comunione; più avanti lo sostituii con uno più “fashion”, che a una croce assomigliava solo “vagamente”. Ho studiato e ho lavorato, volevo bene alla mia famiglia, e anche se avevo sempre troppo da criticare ci ero molto attaccata. Onesta, non rubavo né commettevo omicidi: “una brava ragazza”.
La chiesa? Beh, dopo il periodo “sacramentale” pian piano mi sono fatta la mia concezione: Dio lo si può trovare ovunque, e quindi non è necessaria la messa. Ci andavo se era il caso, ma non ne sentivo l’esigenza; ogni tanto, magari passeggiando, entravo in chiesa rapita da un enorme senso di malinconia.
Ero fidanzata, col mio ragazzo naturalmente avevo i miei rapporti (non è forse il modo di esprimere l’amore in questo mondo?), e pur non facendo niente di male ci sapevamo anche divertire.
Su questi binari procedeva tranquilla la mia vita, finché il Signore non mi chiamò. Di fatto non è esatto dire “mi chiamò”, poiché io ho scelto di morire con la mia incoscienza: potevo vivere ancora a lungo, ma sapete? Tirare tardi la sera, magari euforici e forse un po’ bevuti, guida un po’ “trasgressiva” e la tragedia. Incidente: abbiamo perso la vita io e il mio ragazzo, mentre l’altra persona si è salvata (anche se ridotta un po’ male).
Non meritavo la salvezza, ma intravedendo l’incidente in un attimo toccai quel crocifisso “fashion” (pensando fosse quello di sempre) che portavo al collo e invocai la Madonna. L’impatto ci fu, il mio ragazzo morì imprecando e scelse la sua strada; io ebbi dei minuti di coma, durante i quali rividi l’impatto dell’incidente, e rendendomi conto del male mentalmente dicevo a Dio “Signore, pietà”. Le forze mi abbandonarono e la mia anima lasciò il mio corpo.
La luce di Dio mi trafisse, mi vidi totalmente nella mia miseria. Che brava ragazza? Peccatrice in tutto. Era finito il tempo della misericordia, il tempo della giustizia era iniziato; l’ultimo atto di misericordia l’ebbe Dio perdonandomi, ma adesso toccava a me pagare il mio debito fino all’ultima dramma, in purgatorio.
Non potevo entrare in paradiso, così indegna, così sporca, e così il mio angelo custode mi accompagnò in purgatorio a rendermi conto dei miei “danni” e a ringraziare il Signore per avermi salvata in punta di capelli.
Questo non è un racconto mistico, non è nei miei interessi raccontarvi cos’è il purgatorio: la vana curiosità non è di Dio. L’unica cosa che c’è da sapere è che si vive in una vita informe senza Dio; quando lo si incontra si sa di aver trovato tutto, e se lo si perde di nuovo l’anima si squarcia, e se la grazia non la sostenesse anche solo questo basterebbe per distruggerla. Ma Dio non vuole distruggere: vuole costruire e purificare. Vedere con chiarezza l’amore di Dio, la sua misericordia in ogni istante della vita e nell’attimo della morte, quando in una sola invocazione detta col cuore ti salva, è una gioia, ma anche una spada: come si può tradire tanto amore?
Tutta la mia vita da “brava ragazza” mi rimproverava: le mie imperfezioni caratteriali egoistiche, tutt’altro che piccole, la mia impurità, le mie trasgressioni, il sesso (ora lo chiamo così) che facevo col ragazzo solo per piacere e non per amore, le pillole. Tutto mi rimproverava: il non avere aiutato i miei, l’essere stata tutt’altro che “santa”, il non essere stata d’esempio e il vedere che dopo la mia dipartita la famiglia si “disgrega”. Non entravo mai in chiesa, l’ho detto; adesso ne desideravo ardentemente il profumo, la vicinanza con Gesù eucaristico mi consolava. Solo le preghiere potevano ottenermi tale grazia… ma quali preghiere?
Orgoglio: i miei parenti mi credevano già in paradiso. Poche preghiere dei pochi giusti che pregano ancora per i defunti.
Avevano messo un altarino nel luogo dell’incidente, ma l’altarino non è preghiera: la messa è preghiera, il rosario è preghiera, il sacrificio è preghiera, l’amore è preghiera. Io avevo sempre mancato di tutte queste cose; non vedo perché adesso dovevo pretenderle dagli altri.
Avevo ignorato Dio, non potevo recriminare se egli mi avesse ignorata, ma così non fu: mi faceva arrivare l’incenso delle preghiere e mi consolava. Dolce Gesù, capivo cos’è l’amore e imparavo ad amare, ero e sono grata a chi mi aiuta, e ho compassione di chi non conosce l’amore di Dio. Ne vedo un’altra come me stessa, come vorrei che capissero… cosa capissero?
Mi fermo dal parlare di me, perché il resto spingerebbe nella vana curiosità, e perché ripeto: questo non è uno scritto mistico, ma solo una confidenza da parte di una sorella, la sorella di tutti, in Cristo. Cosa capire? Adesso vedo il mondo molto piccolo, un punto nell’eternità, un punto finito; le vite, anche le più lunghe, non sono nulla. Molte anime vanno all’inferno per rifiuto totale, netto, di Dio: piangono, e tutto è eterno. Ma l’inferno, fratelli miei, comincia già su questa terra: insoddisfazione, rancore e odio, vuoto interiore. Gli uomini non sanno guardare il cielo, guardano solo a terra o al massimo di fronte a loro, e soprattutto hanno un modo di vedere molto “finito”, col paraocchi. Si azzuffano per potere, denaro, lavoro, tutte cose che durano già poco su questa terra (mutevoli sono queste correnti), figuriamoci nell’altra. Potrebbe essere un paradiso per tutti, mentre l’uomo rende questa terra l’anticamera dell’inferno.
Il punto è che molti giusti potrebbero usare ciò per purificarsi, magari sfruttando tutto questo come “anticamera del purgatorio”, ma spesso al dolore vengono aggiunti altri peccati, imprecazioni, odio e rancore, e non se ne viene più fuori. Molti poi si chiedono se Dio ascolta le preghiere: sì, Dio ascolta. Ascolta le preghiere e ascolta le bestemmie, le falsità, e se ne duole; ascolta le preghiere, la mia l’ha ascoltata, mi ha salvato, non dall’incidente come avevo chiesto, ma dall’inferno, cosa molto più grande, e per farlo ha dimenticato tutto il male che io gli ho fatto. Dio ascolta. Dolori, sacrifici, pianti nel mondo ce ne sono fin troppi: a Gesù non servono. Gesù non chiede nulla se non amore. Cosa serve digiunare a pane e acqua se lo si fa per precetto?
L’uomo non può dare nulla in cambio della sua anima; del resto tutto sarebbe nulla a confronto del preziosissimo Sangue di nostro Signore Gesù Cristo, sarebbe orgoglioso solo pensarlo. Il Signore vuole amore, e il sacrificio, se vogliamo, deve essere dettato dall’amore, come dall’amore fu dettata la sua croce e il “sacrificio” che tuttora compie nel sopportare moltissime azioni e parole blasfeme. Per amore, lui che è Dio e potrebbe incenerirli solo con lo sguardo, con amore aspetta, con amore osserva, crocifisso fino alla fine del mondo dagli uomini, come sempre, dalle sue creature predilette: noi siamo i suoi “Giuda”. Ma in terra ci si può ancora ravvedere, e sarebbe la gioia più grande. Avete presente la parabola del figliol prodigo?
Ecco, il cielo si rallegra per un peccatore convertito. Questa è una gioia che a Gesù si può e si deve dare, per lui ma anche per noi; la perdizione eterna rattrista il suo amore, ma i perduti sono sempre e comunque gli uomini, mai Dio.
Cosa mi aspetto? Qualcuno rimarrà piacevolmente stupito da questa lettera e se ne dimenticherà; altri masticheranno queste parole e ne faranno tesoro; altri ci faranno una risata su. L’unica cosa che tutti penseranno, anche solo per un attimo, è che la vita è una corsa e il traguardo è sempre quello: l’incontro con Dio. Lo si può aver amato e servito tutta la vita, forse ci si è bisticciato, ma mai rifiutato; oppure rifiutato completamente. In quel momento quel Dio, col quale ogni uomo al mondo si trova a dover ragionare nella sua vita ed è “costretto” a rapportarsi, in quel momento è presente e dinnanzi a te. Si muore per come si è vissuti: si può entrare in paradiso direttamente, onorati e glorificati dagli angeli e dai Santi, e contemplare Dio eternamente; si può entrare in paradiso dopo un tempo di purificazione lunga e dolorosa, soprattutto nel rimpianto che esisteva la prima possibilità; e poi si può scegliere l’ultima opzione, perdere Dio eternamente. La scelta la si può rimandare sempre, nella vita, ma poi alla fine, in un punto imprecisato (per noi almeno), arriva il momento in cui devi decidere, e lì non si possono girare i pollici né girarci attorno. Dio è lì presente e trafigge la tua anima con la sua luce, così come in vita magari hai trafitto il suo cuore di gioia o di dolore con le tue azioni. Le anime che rifletteranno a ciò ne faranno solida base per costruire la vita eterna: esse saranno benedette da Dio.
Gloria a Dio nell’alto dei cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà."