15 marzo 2013
Papa Francesco e madonna povertà
Ricordo che, ai tempi in cui ero uno scout e il capo dei “lupetti” ci raccontava la storia di San Francesco, mi affascinava tanto il termine “Madonna Povertà”. Nella mente di un bambino di 10 anni, la cui famiglia era cattolica non praticante, il termine “madonna” era semplicemente la madonnina che vedeva appesa a qualche muro, e la parola “povertà” non le si addiceva proprio.
Mi parlavano della “perfetta letizia” e di un uomo che riusciva a parlare anche con i “lupi” del suo tempo, ottenendo ottimi risultati.
Sono molto legato alla figura di San Francesco, sia per i ricordi d’infanzia, sia perché mi piace il suo stile: da ragazzo “scapestrato” è diventato un gigante di santità (come dire: se ce l’ha fatta lui, potremmo farcela tutti). E poi perché ogni allontanamento che ho avuto col Signore (o chiamatela aridità, se volete), il mio ritorno è stato sempre legato a una persona con una profonda devozione francescana (“tradizione” ancora una volta confermata con l’incontro di Leandra, in un periodo in cui ero lontanissimo da DIO).
Una volta ho letto che non siamo noi a scegliere il santo protettore, ma è lui che sceglie noi (o, più correttamente, è DIO che ce lo affida), e che la missione che ti viene data in terra continua per l’eternità, perché l’eternità non è la fine ma l’inizio di una vita, e la vita non è staticità, è dinamismo: insomma, in paradiso non ci si annoia mai.
A San Francesco fu affidata una chiara missione: “Va’ e ripara la mia casa”, quella casa che è la casa di DIO e quindi la casa anche dei suoi figli (si sa che i figli ereditano le case dei loro genitori), che noi chiamiamo “Chiesa”.
Francesco lo fece, e lo fece anche bene, entrando nella storia come santo e come uomo: una di quelle figure che, quando va via dalla terra, senti come se un pezzo dell’energia buona del mondo se ne fosse andata.
Legato un po’ a San Francesco, ho anche un sogno fatto all’inizio della mia conversione, che ricordo tutt’ora in maniera molto nitida. Ve lo racconto.
Mi trovavo in un grande prato, dove c’erano delle bambine che giocavano su un’altalena (angeli?), e in quel prato c’era una casa diroccata, piccola e vecchia. Lì dentro c’ero io. Entra Gesù (che nel sogno non vedevo in viso) e mi disse: “Gaetano, dobbiamo sistemare questa casa, lo vedi? Ci sono le crepe nei muri, il soffitto sta cadendo, non mi piace proprio, dobbiamo sistemarla”. “Io non so sistemare case, Signore, dovremmo chiamare il muratore”. E lui: “Questa casa è il tuo cuore, e il muratore sono io, tu mi farai da manovale, lo vuoi?”.
Devo dire che, a differenza di quasi 10 anni fa, i lavori sono ancora in corso, tutt’altro che finiti; però, come dice Gesù, “chi ha messo mano all’aratro e si tira indietro non è degno di entrare nel regno dei cieli”, perciò speriamo di concluderli prima o poi, questi lavori.
Penso che anche il lavoro di risanamento della Chiesa affidato a San Francesco non sia affatto concluso e, siccome per mettere qualcosa di completamente nuovo bisogna prima distruggere il vecchio, ci ritroviamo davanti un papa che porta il santo nome di Francesco e che già in due giorni promette di far respirare ventate di aria fresca a questa Chiesa, che sente il bisogno di ritrovare la fiducia in se stessa.
Al di là dei gesti, molto belli, mi ha colpito come questo papa non si faccia problemi a parlare del demonio e della confessione: è questo il miglior modo di scacciarlo, perché satana è come un topo, cammina nell’ombra e si nasconde, ma se gli si punta un faro contro scappa…
Se poi consideriamo quante accuse sta ricevendo quest’uomo nel giro di due giorni, beh, direi che sta proprio premendo i tasti giusti e sta dando le sue picconate (sempre restando in tema edilizio) nei punti che servono! E se il CapoMastro è Gesù, allora la cosa si fa molto più interessante.
Viviamo in tempi particolari, è inutile nasconderlo. Quando Benedetto XVI diede le sue dimissioni, di profezie e presunte tali ce ne furono tantissime, a cominciare dalla celeberrima, seppur falsa, di S. Malachia e dell’ultimo papa.
Il timone della barca di Pietro va tenuto con la forza delle opere ancor prima delle parole, e questo papa, che dev’essere il vicario di Cristo, deve avere la forza non tanto di parlare, ma di agire, così come faceva Cristo… È forse finito il tempo dei profeti, inizia il tempo della grazia e della misericordia finale prima della giustizia.
Perché il Signore non è morto per pochi o per tanti, ma è morto per tutti, ed è quello il suo obiettivo: salvare tutti.
Avendo fatto la dovuta riflessione su questo papa e su un periodo quaresimale non ancora finito, e attendendo la resurrezione della Chiesa in un periodo in cui basta guardarsi intorno e sembra tutto morto, direi che a noi fedeli resta sempre il solito compito: AMARE, senza misura, senza pregiudizi.
Amare, pregare, agire, operare, accettare.
Senza mai perdere la fiducia nelle parole del Signore:
Ed io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del Regno dei Cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli.
Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia: io ho vinto il mondo!
Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.
Grazie, Signore Gesù.
Pax et Bonum