16 luglio 2015
Sant'Agata e la tavoletta dell'angelo: è davvero esistita? Cosa c'è scritto?
Da sempre attribuito a sant’Agata, quasi a diventare il suo secondo nome, è l’acronimo MSSHDPEL, che starebbe a significare “mentem sanctam spontaneam, honorem Deo et patriae liberationem” (cioè: mente santa, spontanea, onore a Dio e patria liberata).
Secondo gli atti del martirio, questa scritta (o il suo acronimo) è incisa in una tavoletta marmorea che fu posta sul capo della santa al momento della sepoltura da alcuni giovanetti che né prima né dopo furono mai visti a Catania. La scritta, quindi, è un elogio alla santità di Agata proveniente direttamente dal cielo.
Possiamo credere in questo racconto?
Prima di gridare al “miracolo”, diamo una definizione di cosa esso significhi:
“Miracolo” è l’evento soprannaturale da “mirare”, da guardare con stupore e meraviglia come fenomeno insolito.
“Prodigio” è la capacità di portare avanti un’opera, di guarire una malattia, di scacciare il pensiero malvagio, di proteggere dall’aggressore.
“Gioco di prestigio”, invece, è l’abuso di creduloneria con inganni, trabocchetti, stratagemmi e trucchi per illudere o per indurre al male.
È necessario, quindi, guardare alle fonti storiche di questo racconto per verificare quanto di vero ci può essere in questa storia. Sulla “tavoletta dell’angelo” ci sono incessanti catene di documentazioni storiche, scritte e orali, a partire dal prefazio scritto in onore di sant’Agata proprio da sant’Ambrogio.
Dobbiamo, per dovere di cronaca, dire che non è la prima volta che una passio contiene l’attestazione di un “angelo” che depone una tavoletta sul capo della santa: la passio di Santa Cecilia ha un racconto simile. Tuttavia, su Santa Cecilia, a parte il racconto contenuto nella passio, non esiste nessun’altra documentazione storica, né si hanno tracce della tavoletta, come invece nel caso di sant’Agata.
La tavoletta è adesso custodita a Cremona fin dall’anno 568, quando fu trafugata dai Longobardi. Le fonti storiche fino ad allora ci narrano di una tavoletta bianchissima, che veniva portata in processione dal popolo; da allora la tavoletta è conservata in una custodia con dei dipinti, sigillata, e nessuno ha osato manometterla per fare una ricognizione.
Questa impossibilità di vedere l’originale (finché i cremonesi non si decideranno) fa ipotizzare altre versioni della storia, forse storicamente più credibili, suffragate dalla storicità di una tavoletta simile ritrovata nelle catacombe a Roma (San Callisto e San Sebastiano). In suddetta tavoletta sta scritto:
“Martyr - Supra - Scripta - Hic - Deposita - Laudabilis”, cioè “Martire sopra scritta, qui deposta, è degna di lode”.
È una tavoletta che veniva scolpita per ordine del vescovo, e che sanciva la venerabilità di quella persona. Secondo questa ricostruzione, “l’angelo” della passio di sant’Agata è un’allegoria per indicare il “vescovo di Catania”. Ricordiamo che in epoca dei primi cristiani molte cose venivano dette “in codice” o per “sigle”, proprio perché perseguitati (da qui il simbolo del “pesce” per indicare Gesù).
Molto probabilmente la tavoletta venne trafugata (da qui spiegati i continui rifiuti nell’aprirla).
L’esame radiografico del 1979 della tavola, eseguito nel corso dell’ultimo restauro, ha svelato che la reliquia non c’è: al suo posto c’è però una tamponatura. Era stata interpretata come un nodo presente nel legno, eliminato e poi stuccato. Nel corso dell’ultimo restauro si è ritenuto fosse la tamponatura di una trivellazione fatta eseguire dal vescovo Omobono Offredi.
Ma il parroco di Sant’Agata, Giuseppe Maria Bonafossa, nel 1798 spiegava che, scuotendo la tavola, questa risuonava come se al suo interno nascondesse qualcosa. Era forse la reliquia conservata in un foro poi chiuso, dove sono state rinvenute tracce di vetro e ossidi di ferro, come se si trattasse di un’ampolla contenente sangue? Ma chi l’ha rimossa? L’unico ad avervi messo mano è stato, nel 1926, il restauratore Mauro Pelliccioli.
Eppure il fatto che la tavola di Sant’Agata sia dipinta su entrambi i lati, che sia stata venerata e portata in processione non come una semplice effigie, e che rechi il misterioso monogramma MSSHDEPL scolpito (secondo la tradizione, sull’angelica tavoletta marmorea), depone a favore dell’ipotesi che possa trattarsi di una teca.
Da dove venissero le parole “mentem sanctam spontaneam, honorem Deo et patriae liberationem” è presto detto: il beato Jacopo da Varazze (frate domenicano e vescovo di Genova), nello scrivere la storia di Sant’Agata, utilizzò le parole di una celebre preghiera rivolta a Cristo Re risalente al XII secolo:
DS - XPS - REX - VENIT IN PACE - DEUS HOMO FACTUS EST - MENTEM SANCTAM SPONTANEAM HONOREM DEO ET PATRIAE LIBERATIONEM.
E tale preghiera fu suggerita anche all’orefice Giovanni di Bartolo per la creazione del busto reliquiario di Catania. Questa frase è incisa sulla campana di Santa Maria di Burano e su lapidi di molti santuari di Spagna, Germania e Italia.
Qual è la verità?
Potremmo avanzare ipotesi più concrete (se non addirittura avere delle certezze) se i cremonesi facessero una ricognizione alla tavoletta, senza paura di manomettere la custodia. Finché non la faranno, non si saprà mai cosa c’è scritto con esattezza, di che epoca è e, soprattutto, se ancora vi sia una tavoletta custodita (cosa improbabile).
Certo, pensare ai cento angeli che depositano la tavoletta sul capo di sant’Agata è poeticamente meraviglioso; tuttavia, se dobbiamo ragionare con spirito critico e storico, la versione più attendibile è la seconda. Il riconoscimento del vescovo di Catania non è da meno di quello dell’angelo, perché il vescovo è il vicario di Cristo.
Inoltre, Agata ha da subito dimostrato la sua “vicinanza con Dio”, compiendo opere prodigiose per sua intercessione fin dall’anno successivo alla morte. Ecco un elenco dei “miracoli” più famosi attribuiti all’intercessione della santa:
Nel 252 il popolo portò in processione il Velo di Sant’Agata e la colata lavica si fermò.
Nel 304, anno del martirio di Sant’Euplio sotto il proconsole Calviniano, la giovane Lucia si recò a Catania a pregare sulla tomba di Sant’Agata, che le apparve dicendo: “Lucia, perché chiedi a me ciò che puoi ottenere tu per tua madre? Come Catania è protetta da me, così la tua Siracusa lo sarà da te”. Lucia morì poi martire sotto il prefetto Pascasio di Siracusa.
Nel 1126 Sant’Agata ispira in sogno i due valorosi soldati greci Gisliberto e Goselmo a riportare le sue reliquie in patria.
Nel 1169, alle ore 14,30 dell’11 gennaio (in siciliano, 'a vvintun’ura), inizia una serie disastrosa di terremoti che causeranno 16.000 morti su 20.000 abitanti. Le scosse cessano solo quando verrà portato il Velo in processione penitenziale.
Nel 1251 appare una scritta sul messale contro Federico II: N.O.P.A.Q.U.I.E. (Noli Offendere Patriam Agathae Quia Ultrix Iniuriarum Est). La punizione preannunciata da Sant’Agata impaurisce l’imperatore, che decide di salvare la città dalla sua irragionevole furia distruttiva.
Il Velo ferma una serie di colate laviche: nel 1239, 1381, 1408, 1444, 1536, 1567, 1635; e libera dalla peste nel 1575 e 1743.
Nel 1669 una catastrofica eruzione travolge Misterbianco, i cui abitanti emigrano anche al Borgo di Catania. Nel 1693 un terremoto causa 18.000 morti su 20.000 abitanti: solo le reliquie di Sant’Agata riuscirono a convincere gli abitanti a tornare nel centro crollato e a ricostruirlo.
Nel 1886, il 24 maggio, la lava si arresta dopo che il cardinale Dusmet porta il Velo a Nicolosi, vicino ai Monti Rossi. Nel 1908, il 28 dicembre, un terremoto causa 100.000 morti tra Messina e Reggio: Catania è incolume e il cardinale Francica Nava porta il Velo al Borgo per ringraziare la Patrona.
Forse questo racconto può deludere qualcuno, ma non sminuisce affatto la santità e la confidenza che dobbiamo avere in questa donna coraggiosa e santa, che in ogni momento ha dimostrato l’attaccamento a coloro che con fiducia la invocano.
Inoltre, vale la pena ricordare le parole di Gesù: “La verità vi farà liberi”.