6 gennaio 2009
Siamo tutti dei magi
Siamo tutti dei magi. Inizio questa riflessione da questa frase, venutami in mente durante la Santa Messa, che ho poi ritrovato con un concetto simile in una mail di un gruppo di preghiera che frequento. Mi ha fatto piacere: mi dà l’ennesima prova che Dio è uguale per tutti, parla a tutti dicendo le stesse cose, anche se in modalità diverse.
Riflettendo sui magi, mi viene subito da pensare che, fin da quando ho cominciato a capire il presepe, sono i personaggi che più m’incuriosiscono. Addirittura nella mia adolescenza, vissuta all’insegna dell’anticonformismo e dell’anticlericalismo, erano personaggi proprio inspiegabili. Se infatti il mio motto, che diceva che “la religione è l’oppio dei poveri”, spiegava la presenza dei pastori e di tutti coloro che, miserabili, avevano la speranza che la loro vita cambiasse, che il mondo si capovolgesse, che venisse un messia a cambiare le cose, questo non me lo spiegavo con i magi: ricchi re d’oriente che non seguivano l’ebraismo e che hanno deciso di lasciare le loro comodità e il loro regno per affrontare un viaggio e rendere omaggio a un bambino. Un tipo di coraggio e d’umiltà che il re Erode (che, a differenza dei magi, lo aveva scritto nel suo credo) non ha avuto; anzi, il bambino voleva trovarlo, ma per eliminarlo.
Gesù sin dalla sua nascita è già segno di contraddizione, divide l’umanità in due: chi in umiltà adora, con amore, ritenendosi inferiore e bisognoso di grazia (povero di spirito), e chi invece si esalta e vuole eliminare chi potrebbe prendere il suo posto. Possiamo andare anche più in fondo e pensare che l’umanità si divide in due parti: chi adora Dio, accettando il suo stato di creatura, e chi vuol farsi Dio al posto di Dio, sedere sul trono di Dio e additare se stesso come Dio. Non è forse questo il peccato degli angeli? Non accettare che ci sia qualcun altro all’infuori di noi.
Davanti a Gesù l’atteggiamento deve essere diverso: è lui il nostro re, perché è lui il nostro Dio, e chi va davanti a lui deve venire ad adorarlo. Maria Santissima, a Medjugorje, ha invitato tutti a meditare il presepe, e la prima cosa che salta subito all’occhio è che tutti adorano e guardano Gesù. Così dev’essere, se vogliamo che da quella nascita, da questa venuta, possiamo avere la grazia. Non perdiamo mai di vista l’occhio a Gesù.
Riflettendo sempre sulla mia vita, dalla quale ho iniziato, mi ha sempre colpito un personaggio che esiste in alcuni presepi, e cioè quel pastore che dorme beatamente in un angolo — i napoletani lo chiamano “Benito” — ed è colui che se ne strafrega di tutto, si reputa felice così e ritiene di non aver bisogno di nulla. In fondo anche lui ha un enorme valore teologico: rappresenta forse la maggioranza dell’umanità. Non facciamo così anche noi quando non andiamo alla Santa Messa e ci riteniamo “cattolici non praticanti”? Siamo così anche quando evitiamo i Sacramenti dicendo cose del tipo “non vedo perché devo confessare i miei peccati a un uomo come me”, e facciamo lo stesso ragionamento di chi magari quella notte pensò “ma perché adorare un comunissimo bambino?”.
Dobbiamo essere tutti come i magi: abbandonare le nostre vesti regali (che ci cuciamo da soli) e rimetterle ai piedi del bambino Gesù. I magi portarono tre doni: oro, incenso, mirra; a noi Gesù chiede un dono molto più difficile di questi: il nostro cuore, la nostra piena fiducia, la nostra adorazione. Portare il nostro cuore così com’è a Gesù significa piena fiducia in lui, richiesta di perdono e aiuto per il futuro; è sempre un dono ben accetto, più di tutti gli ex voto o altri doni che, se fatti senza quello, non valgono nulla.
Dio ha creato tutto, e tutto quello che possiamo offrirgli è già suo. Dio ha creato anche i nostri cuori, ma ha deciso di affidare la chiave soltanto a noi, così come fa il proprietario di una casa con gli inquilini ai quali vuole affittarla. Solo noi, per scelta di Dio, abbiamo le chiavi dei nostri cuori; quindi il dono più gradito e l’unico ben accetto è ridare questa chiave a Dio e dire, magari per mezzo di Maria Santissima: “Io mi fido di te, entra pure a casa mia, apporta tutti i cambiamenti che vuoi, io mi fido, so che porteranno del bene, voglio dare tutto a te, tutto ciò che è mio è tuo”.
Gesù ancora una volta ci chiama a questa “sfida”, che per l’ennesima volta divide in due l’umanità: da che parte stiamo? Erode o i magi?
Con affetto,
Gaetano.